La revisione ipercritica di Nabokov: perché scrivere è un lavoro faticoso

Le immagini della creative-writing per quanto riguarda gli strumenti potrebbero essere associate a un coltellino svizzero pieno di opzioni per risolvere i problemi, oppure a una officina o anche a una cassetta degli attrezzi per gli interventi urgenti o anche solo semplicemente a pennini, matite, gomme e schede che erano gli strumenti di sviluppo preferiti per uno dei grandi del novecento letterario, Vladimir Nabokov (1899 San Pietroburgo – Montreux 1977). Talento partorito dalla rivoluzione bolscevica in grado di produrre il massimo effetto sia nella sua lingua madre (il russo, vedi ad esempio il successo planetario della dfiesa di Luzhin del 1929) o quella di adozione (inglese-americano vedi ad esempio il suo lavoro più noto, Lolita degli anni cinquanta uscito a Parigi). Il fatto è che ogni artista ha i suoi metodi, i suoi tic, le sue eccentriche idiosincrasie e la strada è sempre diversa per ognuno. Nabokov ha uno stile classico ed eccentrico e nelle sue composizioni mette in piedi dei RITUALI DI COSTRUZIONE E DI DECOSTRUZIONE che meritano una attenta analisi. Nabokov non è come il prolifico Simenon (i maligni insinueranno anche a letto, visto che il belga dichiarò in una famosa lettera a Fellini di aver scritto un numero a tre zeri nelle sue conquiste pseudo-sentimentali) che sforna avventure del suo famoso Maigret a getto continuo. Lui si limita a produrre duecento pagine all’ anno che vengono scritte e riscritte, modificate e cancellate, rimasticate e rielaborate in continuo divenire da perfezionista. Del resto il lavoro di revisione è una prerogativa di tutti i grandi scrittori: a iniziare dal Maestro di Carver (Cechov) e continuando con la semplice linearità lasciata in eredità da Emingway passando prima per autori meno famosi e di nicchia come Fante per esempio che avevano il pregio di lasciare il proprio DNA sulle pagine rendendo i propri scritti incisivi e performanti. Parliamo proprio di strumenti utili per l’artigiano falegname per modellare il suo legno all’ interno dell’ officina e di cacciaviti e martelli che estratti al momento opportuno dalla provvidenziale cassetta degli attrezzi consentiranno di mettere in piedi delle storie che funzionano. Per ognuno il viaggio é diverso, c’è chi scrive di getto e chi parte preparando già tutto in anticipo e che usa entrambe le tecniche. Nabokov amava trastullarsi con schede preparatorie che ordinava a suo piacimento cronologicamente o anche non a seconda delle necessità, appunti preziosi che servivano come combustibile per appiccare un inevitabile incendio narrativo. Certamente lui era uno di quelli che amava una visione complessiva, che toccava in anticipo il famoso scheletro di dinosauro della creative writing, metafora perfetta che spiega il perché il contenuto-carne non possa stare in piedi senza una struttura architettonica che la tiene in piedi. Nabokov usava il metodo personale dell’ insoddisfazione continua, scriveva ma rettificava in continuazione, tanto che dovette introdurre un massivo uso di matite e gomme nei suoi appunti che solo quando raggiungevano una stagionatura definitiva e una forma perfetta venivano passati al setaccio dalla moglie con la macchina da scrivere per l’uscita del prodotto finito. Scrivere è un atto fisico dispendioso, Nabokov stesso ci tramanda di come il suo lavoro di preparazione sia molto intenso e febbrile:

…medito prima di scrivere, scrivo appunti in apparenza casuali come frecce che archivio in una faretra, poi scrivo e cancello, riscrivo e modifico su schede speciali che il mio cartolaio ordina appositamente per me e che hanno la caratteristica di avere il retro bianco per facilitarmi errori palesi. Spesso in un impeto di immaginazione scrivendo su più schede contemporaneamente mi succede di fare errori di numerazione e si crea una grande confusione quando mi ritrovo tra le mani schede gettate alla rinfusa sulla scrivania che hanno entrambi i lati pieni di appunti e annotazioni. E’ già successo e succederà ancora. Certamente il mio modo di scrivere si é evoluto. Se tra i venti e i 35 anni mi piaceva cambiare un pennino ogni due giorni facendo correzioni in corsa sulla grafia esistente, dopo mi sono adegato con matite e gomme sfruttando di più anche forme di organizzazione mentale: mi costruivo interi paragrafi facendo una passeggiata o mentre ero sdraiato a letto per poi riportare le mie meditazioni su schede apposite che avevano il vantaggio di offrire un ordine che era modulare e intercambiabile nella sistemazione dei capitoli. Anche se ho una visione globale del romanzo la sequenza logica cronologica può subire dei ripensamento durante la scrittura vera e propria del romanzo a cui sto lavorando in quel momento.

Che cosa possiamo capire da questa febbrile ricerca ipercritica e sempre mai soddisfatta dell’ autore che desidera sfornare le sue 200 pagine all’anno sempre perfette e inattaccabili sotto ogni punto di vista? Che scrivere richiede grande costanza e applicazione e un sistema per ottimizzare il lavoro che non ha nulla da invidiare a chi fa altri mestieri che presuppongono l’uso di braccia e gambe. Quante stesure passano sotto il microscopio e la lente attenta del collezionista (Nabokov era un grande cacciatore di farfalle), sotto il ponte della riscrittura critica, prima di trasformarsi da bruco a farfalla in quelle duecento pagine di sintesi assoluta? E cosa dobbiamo pensare che rispetto l’ispirazione originaria la revisione arriva per stravolgere ogni cosa fino a snaturare la scintilla primaria? Chi è del settore asserisce che all’ ispirazione si giunge attraverso il processo inverso: è solo grazie alla revisione che la composizione definitiva cicatrizza l’ispirazione. La revisione non è infinita e prima o poi giunge una frase, una parola a mettere la parola punto per indicare che il viaggio è finito. Nabokov era addirittura ipercritico dopo la pubblicazione: rileggeva il tutto ormai a boccie ferme per sentire se era veramente soddisfatto del suo lavoro e del suo concepimento. Ovviamente stiamo parlando di nani sulle spalle di giganti e come figli di Lilliput non possiamo che trarre per noi una logica conclusione: scrivere creativo è un lavoro complesso che richiede impegno e organizzazione, preparazione e revisione. Giusto é quel consiglio che suggerisce di lasciar rafferddare le sostanze dentro un cassetto per un certo tempo per riportarle in revisione successivamente. La fretta del desiderio di pubblicazione è come sempre cattiva consigliera, nella scrittura come nella vita, anche senza utilizzare le famose schede di Nabokov con le righe solo su una faccia sola. Per chi scrive noir potrebbe funzionare la metafora della canna vuota: quando hai sparato i tuoi proiettili e pubblicato, non ti resta che ripulire l’archibugio della creative writing e PREPARARLO per la prossima missione cercando nuovi proiettili da inserire in canna.